soycrate

Socrate, ma di soia.

Sporco trucco

Dalla già ampiamente descritta perdita di memoria, intesa come perdita di dettaglio delle esperienze, deriva la creazione di oggetti astratti. Questi non sono altro che cocci di vetro caduti nel fiume e talmente levigati dal corso dell'acqua da apparire di una forma a sé. Una volta divenute forma, queste memorie non sono riconducibili ai dettagli originali, ormai persi nel tempo, ma sono bensì facili da ritrovare nella perdita di dettagli di altri oggetti che si incontrano successivamente. È così che visto il sole, l'uomo primitivo ha ricordato sempre meno fino a ricordare solo un cerchio; ha poi ritrovato tale cerchio in un ricordo sbiadito di un'albero tagliato o nel ricordo sbiadito del proprio ombelico. Non serve nemmeno più che passi del tempo: si ricorda soltanto il ricordare il cerchio, e perciò è come se dicesse tra sé e sé: "ricorderò solo la forma astratta, tanto vale riconoscerla subito per quello che è". Da quest'ultimo pensiero l'uomo primitivo diventa moderno: il ricordo sbiadito viene scambiato per essenza, invertendo l'ordine naturale delle cose e riconoscendosi inconsapevolmente come signore del regno ideale.

Il passo successivo, ovvero il linguaggio, e poi la logica e la matematica, è presto fatto. Create queste forme elementari, diventa facile combinarle per descrivere i dettagli in modo da poterli comunicare. Come è ben noto a chiunque ne faccia uso, il linguaggio tenta di colmare il vuoto lasciato dall'avere da un lato capacità comunicative, dall'altro dei sensi che riportano la realtà, nell'istante, in modo altamente dettagliato. Ma queste forme di forme, lungi dall'essere quella perfezione che certi vogliono farci credere, falliscono ripetutamente nel loro intento, e anzi solo tramite questi fallimenti riescono a dettagliare sempre più, pur restando un dettaglio comunicabile, il mondo. Si sviluppa quindi, per rubare un'espressione alla matematica, una copertura del dettaglio naturale delle cose tramite l'insieme di tutte le possibili combinazioni di forme, forme di forme, forme di forme di forme, etc. Al limite, questa copertura è teoricamente possibile? La mia sensazione è un fragoroso no, in quanto dovrebbe includere sé stessa, dopodiché sé stessa e questa inclusione, e così via. Tuttavia non mi preme indagare questo aspetto ulteriormente, dato che l'interesse e l'utilità vera di questi strumenti è, al contrario, fornire una copertura parziale degli eventi esperiti, di modo che se ne possa parlare e si possa agire di conseguenza: si riconoscerà nel processo appena descritto una vecchia signora che prende il nome di Conoscenza.

Una piccola digressione nel mondo animale. L'istinto, contrariamente a quanto esposto finora, permette di agire proprio in funzione dell'esperienza istantanea, con i vantaggi e gli svantaggi che può comportare. L'airone che vede quello che vede, fa quello che fa e basta. Quando invece il primo primitivo perse i dettagli del sasso, per poi giungere alla forma levigata dell'idea di arma, riuscì, in funzione dell'esperienza di queste forme semplici e astratte, a produrre un'arma mai vista prima: in virtù dell'ambiguità di quella forma, lui modellò la realtà come volle, tramite il primo utensile.

Dopo tutte queste parole, vi sarete forse che anche io, nell'esporre il mio pensiero, sto ricorrendo esattamente allo stesso sporco trucco.

Salute!

L'attuale metodo scientifico si è allargato un po' troppo: non che sia colpa sua, ma di chi ne fa uso, o meglio chi ne fa uso in modo improprio (molto spesso coloro che ne ignorano il funzionamento). Soprattutto ragionando in maniera statistica, si assume implicitamente che qualsiasi ipotesi verificata da un numero sufficientemente grande di casi (senza sapere bene come giustificare questa sufficienza; facciamo finta che si possa) giustifichi una modifica dell'agire sulla base di questa verità. Ebbene questa assunzione è pre-scientifica, oppure post-scientifica, insomma, con la scienza non ha nulla a che fare. Tuttavia oggi, qualsiasi ipotesi scientificamente verificata giustifica l'agire in accordo con tale verità (termine qui immaginato tra molte virgolette). Ma mancano due verità scientifiche all'appello: che si possa agire in uno e un solo modo in accordo alle verità statistiche o persino scientifiche; che queste resteranno immote. Se non altro, la storia ci insegna che è vero il contrario.

Dunque, cosa si dovrebbe fare altrimenti? Lungi da me l'abbandono della scienza: è uno dei modi più comodi per organizzare pensieri complessi tra più persone. Bisognerebbe però dare uguale peso, se non maggiore, alla filosofia che viene prima o dopo l'applicazione del metodo scientifico, nell'indagare le motivazioni e i risultati.

Trovo altresì assurdo che il concetto di salute, riconducibile a quello di felicità e oserei dire di dominio assoluto della filosofia (basti notare che la razionalità assume una definizione altamente soggettiva dei valori sulla base dei quali agire) oggi viene stimato con dei parametri decisi da un qualche agglomerato di scienziati. Ebbene, per il solo fatto che un singolo individuo può, legittimamente e onestamente, non riconoscersi con questa definizione di felicità, la invalida completamente, pur rispettando tutti i parametri considerati da questi signori. Si potrebbe concordare che sia una condizione necessaria per una (o persino molte) felicità non avere malanni di alcun tipo e produrre la sostanza x in quantità y: sicuramente non la rende sufficiente, e sistematicamente fallisce nel definire la felicità, con l'articolo determinativo. A chi concorda e fa notare che mai è stato l'obiettivo di queste organizzazioni definire un concetto tanto astratto come quello di felicità, allora chiedo perché diamo tanta importanza a questi concetti che si vogliono definire, qualsiasi essi siano, e soprattutto perché il rapporto tra il valore dato alla felicità filosofica (qualcuno la chiamerebbe pietra filosofale) e il valore della salute fisica e mentale sia così basso.

Ma statisticamente, al prossimo starnuto, è lecito rispondere: salute!

Fiducia nei ricordi

La conoscenza umana, a livello individuale, appare estremamente concentrata intorno a pochi specifici aspetti di essa, mentre per la maggior parte si fonda su fiducia in altre fonti, o per meglio specificare questo aspetto, si fonda sul ricordo di un'informazione appresa in un certo tempo passato da una fonte ritenuta autorevole sull'argomento. Come se ciò non bastasse, a livello di gruppo, la conoscenza non è, contrariamente a quello che si può pensare, l'unione di quelle piccole parti di conoscenza approfondita che i singoli hanno: è bensì l'intersezione di tutte le conoscenze imprecise e fondate sul meccanismo sopra descritto del ricordo. Infatti, riferendoci anche solo approssimativamente ad un voto di maggioranza sulla questione Q, solo una piccola parte di esperti voterà con cognizione di causa, mentre tutti gli altri sulla base della memoria di una fiducia passata. Questo per ogni Q. Si dirà: non si può valutare la conoscenza dell'umanità con voti di maggioranza, e lo si dirà a ragione. Tuttavia, si noti come l'esprimere un'idea equivale grossomodo a votare per la sua diffusione, e perciò se tale media sarà pesata per l'autorevolezza dell'opinione, tutto potrebbe anche andare bene, sebbene io sia convinto che questo caso non si dia mai nella sua globalità. In caso contrario, quando la fiducia attuale viene anche solo leggermente meno, il peso di quei pochi conoscitori a fondo non basta più a compensare la moltitudine di idee ricordo-fiducia. Questo vale tanto più le idee hanno capacità di diffondersi, e questa capacità, negli ultimi tempi, non accenna certo a rallentare.

Vestiti su misura

La mancata accettazione dell'ambiguità del linguaggio sta generando infiniti mostri. Tanto più che il linguaggio non è solo forma estetica di un contenuto che non sappiamo esprimere, ma è, nell'ottica moderna, reificato, è la cosa che viene espressa, e come tale è essa stessa realtà, persino più reale del reale. Capovolgendo il concetto biblico di uomo che dà nomi alle cose, l'uomo crea nomi a cui assegna delle cose. Ambiguità: in questo processo si perde completamente, o meglio vorrebbe perdersi, in quanto puoi sì descrivere qualcosa e nel farlo perdere necessariamente alcuni dettagli, di modo che mai potrai descrivere esattamente un oggetto; ma se la descrizione è essa stessa cosa, cessa di essere ambigua: ciò che è ambiguo, l'abito che non calza perfettamente il linguaggio, è la realtà. In questo modo diventa lecito tagliare la stoffa del reale per realizzare qualsiasi tipo di vestito su misura.

Il suono del sacrificio

Troveremo tutti, o quasi, d'accordo sul primato della scienza rispetto alle altre forme di conoscenza, e di conseguenza l'agire informato sui fatti della scienza sarà valutato superiore a qualunque altro agire. Chi non sarà d'accordo probabilmente non lo sarà per semplice ignoranza della gran parte di questi fatti, di modo che, se sapesse, anche lui sarebbe d'accordo. Quindi assumiamo che io sia informato su questi fatti e non abbia nulla da obiettarvi. Mi rendo conto che questa è un'assunzione molto forte, ma come ogni ragionamento che si rispetti, è solo la testa di un'implicazione e perciò, come i migliori filosofi, possiamo metterci quello che vogliamo. Vediamo cosa ne consegue. È corretto stabilire una superiorità della scienza come metodo di conoscenza se ciò che ci ha portato alla scienza stessa sono stati millenni di metodologia di conoscenza antiscientifica? È corretto stabilire la superiorità di un agire informato sui fatti della scienza se per millenni la specie umana è non solo sopravvissuta ma addirittura è prevalsa su tutte le altre a suon di sacrifici umani?

La mia risposta è: ora come ora, no. Tra qualche millennio, forse. Che sia una diffusa ignoranza, una diffusa incapacità di manipolare il mondo, ovvero un diffuso agire non informati dei fatti della scienza, motivo di quella stabilità che consente ad una specie, nonostante gli errori, di sopravvivere? O sarà la scienza proprio quel metodo che, nonostante le disgrazie che avrebbero messo in ginocchio qualunque altra specie, consentirà all'uomo di uscirne vittorioso e di nuovo specie adatta? O sarà la scienza un amplificatore di abilità, un amplificatore di fortune e sfortune, tale che sarà il caso a determinare se ci toccherà prima una grande scoperta o una immensa disgrazia?

Per tutto il resto c'è Mastercard

Oggigiorno sembra che la tendenza sia la seguente: lo sviluppo di un'idea è guidato dalla logica produttore-consumatore. Ovvero un'idea si diffonde se e solo se (doppia implicazione da intendere in senso statistico, cioè vera per un numero abbastanza grande di dati dell'insieme) include uno scambio di beni o servizi.

Ecologia: compravendita di nuovi metodi di produzione energetica o oggetti fatti di nuovi materiali.

Sessualità: compravendita di organi genitali o sostanze chimiche mancanti nel corpo. Correlata compravendita di accessori o vestiario per diversificare la domanda e l'offerta (divide et impera).

Socialità: compravendita di interazioni sociali tramite i social network.

Parafrasando un'ormai obsoleta pubblicità: ben poche cose non si possono comprare, per tutto il resto c'è Mastercard.

Carni smunte

La maggioranza dei partiti politici agisce supponendo che all'italiano piaccia vivere in tranquillità. Per questo compromette spesso la propria ideologia, o ancora peggio il contratto stipulato con l'elettore (scritto o meno), in virtù di una qualche stabilità. L'italiano è, al contrario, masochista: gli piace soffrire, lamentarsene e infine trovare una via d'uscita. È per questo che ogni tanto qualche partito che non scende a compromessi riesce a guadagnarsi il favore popolare: quale che sia la sua ideologia. Il semplice titanismo di fronte all'impossibile dà una parvenza di vero che fa non solo accettare, ma anche desiderare le sofferenze: proprie e altrui.

Non è nemmeno necessario che l'ideologia sia convinta: è così che certe carni smunte, pallidi riflessi di antiche virtù, conquistano ancora qualche cuore.

Prodotto

Prodotto, dal latino pro ductus, participio passato di pro ducere e dunque trarre avanti.

Un prodotto è quindi qualcosa di tratto avanti, cioè che viene trascinato dall'uomo nella storia.

Oggigiorno invece il prodotto sembra più definito in quanto consumato: evolve costantemente e non si lascia più trascinare avanti, venendo estinto nel momento.

Mi domando: qui pro quo?

N-esimo potere

Appare uno schema interessante: ogni nuovo potere lentamente perde la sua forza, diventa cioè controllabile e controllato da tutte le parti, finché emerge un nuovo potere a cui alcuni furbi fanno ricorso.

Oggi questo potere si concretizza con la macchina pubblicitaria che è internet: quando tutti la useranno, questo potere cesserà di essere un vantaggio. Resterà comunque un potere, cioè uno strumento da usare necessariamente se non si vuole essere svantaggiati. Alla prossima tecnologia!

Dal punto di vista di chi subisce il potere, è necessario sviluppare questa consapevolezza in modo da chiedersi: questa novità dà un vantaggio a qualcuno? Può essere che mi rendo complice di questo vantaggio? È un vantaggio anche per me?

Porsi queste domande modifica il significato (personale) di queste forme di potere, una volta identificate come tali:

parlamento
governo
magistratura
stampa
internet
?
Tanto più che storicamente le prime tre hanno (più o meno) raggiunto un equilibrio: con i due nuovi elementi, abbiamo già raggiunto un equilibrio? Ne serve un sesto per bilanciare le cose?

Sonore risate

La parola poesia, anticamente, significava comporre col senso di generazione e procreazione (https://www.etimoitaliano.it/2015/08/poesia.html).

Quanti poeti che tradiscono l'origine di questa arte! Poeti che riflettono invece di illuminare, introspettivi invece che estrospettivi, omicidi invece che creatori di vita. Per me la poesia deve essere questo: sintesi e non analisi. L'imposizione senza se e senza ma di una volontà generatrice assoluta, che non ha né vuole giustificazioni.

Così come la vita non ha chiesto il permesso di nessuno, ma ha cominciato a procreare sullo sfondo freddo di vallate e montagne, così la poesia può imporsi sulle aride distese del linguaggio umano.

È molto ingenuo interpretare una poesia e scrivere di una poesia. La poesia che lo permette è quanto di meno poetico possa esistere. Se chiedi qualcosa ad un bambino, probabilmente ti risponde con delle sonore risate. E dunque ridete in faccia a chi vi fa domande, poesie!

Finché amore non ci separi

L'amore, per essere incondizionato, deve essere pronto a estinguersi in ogni momento. L'alternativa è che viva per il raggiungimento di uno scopo futuro: scopo a cui è necessariamente condizionato e surrogato. Qualora questo scopo venga a mancare, pure l'amore sarà vanificato. Al contrario, un amore che ha come sua stessa definizione la propria estinzione è compiuto in quanto tale e libero dal futuro: lasciando al tempo stesso il futuro libero dal proprio peso.

Dunque restiamo legati, e restiamolo ancora più intensamente, finché amore non ci separi.

Cui prodest?

La verità è assolutamente irrilevante: prendiamo un qualsiasi oggetto, o per meglio dire prendiamo una qualsiasi descrizione del mondo definita come oggetto, prendiamo insomma una qualsiasi informazione memorizzata in uno o più cervelli umani. Chiamiamo tutto ciò, per semplicità, oggetto. Tutti si chiedono: questo oggetto è vero? Io preferisco chiedermi: cui prodest?

La debolezza è l'unica fonte di verità. La forza, al contrario, è sempre pronta a creare e imporre il proprio falso.

San Tommaso

La fama è un'altra forma di teleologia molto cara agli uomini. Si proietta un proprio desiderio, ciò che si fa, nel futuro e nell'approvazione altrui: il fine di un'azione diventa, più che l'azione in sé, quanto quell'azione sarà riconosciuta dall'altro. I social network si sanno approfittare di questa condizione in maniera molto ingegnosa: infatti qualsiasi produzione, originale o meno, riceve un riscontro, sempre positivo, in modo molto rapido. Questo fa sì che si perda un punto debole di qualunque teleologia: l'essere incerta. In questo modo la fede si fa assoluta, dando a qualunque San Tommaso una ferita in cui torcere le dita.

Solo chi ripudia il telos in quanto tale come causa, e non come conseguenza (e facendo ciò lo ripudia per definizione) riesce a non cadere nella sua trappola sempre più perfezionata.

Il Grande Travisatore

Colui che ignorò il più grande insegnamento del suo maestro e di cui quindi non mi fiderei per capirne gli altri: Platone.

Egli infatti scrisse. Non sappiamo se Socrate effettivamente intendesse, come premessa suprema, il non scrivere. Ma, sempre considerando attendibili come sue parole "so di non sapere", lo sappiamo. Platone peccò di sapienza.

Lo ribattezziamo dunque "Il Grande Travisatore".

E quali problemi hanno creato le sue idee bislacche! Aveva ragione Antistene, che vedeva i cavalli, ma non la cavallinità.

Sforzi umani

Siamo portati a credere che le nostre giornate debbano essere finalizzate al raggiungimento di qualcosa. La maggior parte delle persone ci aggiunge anche "di utile alla società". Non c'è da stupirsi di ciò: la vita stessa, stando a quanto ci dicono le scienze naturali, è uno sforzo con una direzione. La differenza è che questa direzione è visibile solo a posteriori, cioè è più un percorso compiuto che uno sforzo teso ad un certo risultato.

Ma veniamo a noi: che senso ha scrivere, leggere, lavorare, etc. se poi non si ottiene qualcosa da queste attività?

Ebbene io invece mi chiedo: che senso ha scrivere, leggere, lavorare, etc. se poi si ottiene qualcosa?

Domande umane

Dopo millenni di tentativi di cooperazione falliti, forse l'uomo dovrebbe porsi qualche domanda. Cristianesimo, marxismo e derivati, anarchismo: tutti hanno avuto la loro possibilità, magari piccola certo, ma l'hanno avuta. Ripetutamente hanno fallito, consegnando l'uomo ad una forma differente di prevaricazione sul proprio simile. Al contrario la libertà di sfruttamento altrui ci viene naturale e sovverte sempre i tentativi egualitari umani, con una rapidità sorprendente. L'uomo dovrebbe quindi porsi una domanda: ha senso continuare a provarci?

L'unico caso in cui vedo possibile un equilibrio egualitario è quello di un pericolo enorme a cui l'intera specie umana sia soggetta e adattarsi a un egualitarismo sia l'unica soluzione. Allora l'uomo correrà il suo rischio più estremo e forse qualche individuo ne uscirà vincitore, adattando la propria cultura al nuovo ambiente.

Il diletto intellettuale e la lavanda cosciente indotti da questi ideali sono tali da far dimenticare all'uomo la loro improbabilità. Essere troppo categorici è un errore di valutazione, perciò non escludo che possa verificarsi anche una lunga e logorante avanzata di una qualche vera utopia. Mi sembra tuttavia molto difficile. Anche se fosse, persino l'uomo egualitario dovrebbe domandarsi: perché ogni tentativo fallisce? Cosa sto facendo io di diverso che mi farà avere successo? Quali condizioni esterne sono cambiate affinché avvenga il mio successo?